Se il periodo attuale non fosse quel che è per il filone dei videogiochi horror, ci sarebbe quasi del curioso nella scelta, da parte di Konami, di reimpostare il proprio rapporto con la comunità dei videogiocatori partendo da Silent Hill. Marchio blasonato e di sempiterna attrattiva, certo, ma come tanti altri, caduto in quel famigerato limbo dal quale si riemerge solo e soltanto nell’assoluta certezza di provocare un forte impatto. Fino a qualche tempo fa, quella condizione appariva ben lungi dal realizzarsi, ed il meglio che un utente potesse fare per immergersi tra le nebbie della cittadina maledetta era affidarsi a conversioni per PC e console a dir poco modeste. Quest’oggi, invece, ci ritroviamo con ben tre progetti in realizzazione legati al marchio: un remake di Silent Hill 2 targato Bloober Team, e due originali affidati rispettivamente all’accoppiata Annapurna/NoCode (Silent Hill: Townfall) e ad un pool creativo giapponese appositamente assemblato (Silent Hill f ).
Vedere Konami slanciata su entrambi gli approcci - investendo tanto, certo, ma in maniera razionale e programmatica - significa trovarla consapevole dei moventi che hanno riportato in auge il genere*, creando la condizione a cui accennavamo pocanzi. Questo chiaramente compiace, ma alimenta al contempo interrogativi non di poco conto: in che misura un editore o uno sviluppatore sono tenuti a preoccuparsi del loro passato? È sufficiente che lo rievochino, usandolo come fonte di ispirazione per creazioni più al passo coi tempi, o dovrebbero impegnarsi a preservarlo ove possibile?
Nell’epoca del “chi si ferma è perduto”, dove espandere anche di pochi decimi percentuali il bacino d’utenza è una priorità assoluta, spesso il secondo caso non è nemmeno un’opzione per le aziende. Konami in particolare è certamente conscia della sua impronta storica, ma ha trascorso così tanto tempo a danneggiare la propria immagine da essere oggi obbligata a ricostruirla obbedendo ai dettami del mercato.