Tenshi no Tamago (1985) rappresenta un passaggio essenziale nella biografia del celebrato regista Mamoru Oshii, famoso in Occidente per il suo operato nell'ambito dei franchise di Lamù, Patlabor e Ghost in the Shell. Altrettanto noto è il suo radicato disprezzo per la società Giapponese moderna, sempre più tesa verso un materialismo estremo a discapito delle questioni dello spirito. Che Oshii abbia messo queste ultime al centro della sua prima opera da regista tout court è un chiaro atto di reazione, in parte anche fondato sulle critiche popolari al bellissimo (e all'epoca incompreso) Urusei Yatsura: Beautiful Dreamer; potrebbe dirsi lo stesso dell'ispirazione biblica e della scelta di Yoshitaka Amano quale responsabile della parte visiva, oltre che co-autore della trama.
Ecco, sul piano della regia, confrontarsi con un immaginario onirico ed istintivo come quello di Amano è un'impresa titanica, lo è perché le sue caratteristiche estetiche stridono con quelli che sono i principi del character design e dell'animazione manuale; ci si trova quindi a lavorare con suggestioni che appartengono ad un altro mezzo, quello dell'illustrazione, cui si aggiunge la variabile del movimento, ossia del tempo. Le opere di Amano esistono innanzitutto per essere contemplate, ed Oshii ha abbracciato questo fattore trattenendo i ritmi di Tenshi no Tamago, dando l'opportunità allo spettatore di assorbire non soltanto il messaggio insito nell'animazione, ma quello dell'immagine nella sua interezza. Azioni che normalmente verrebbero rappresentate nell'arco di pochi istanti qui si dilatano, catturate attraverso criteri compositivi propri della fotografia artistica.
Un' altra suggestione che Oshii coglie e giustamente sfrutta sta nel contrasto tra luci ed ombre, qui esplorato in maniera profonda ed articolata. La piccola custode dell'uovo è di fatto una rappresentazione non solo della purezza e della bellezza, ma del mondo interiore di ognuno di noi: la complessità di questo concetto si rispecchia nella certosina resa degli effetti di luce prodotti dal continuo transitare attraverso zone assolate ed oscure, come anche nell'armonico e modulato ondeggiare di tratteggi la cui quantità eccede di gran lunga quella normalmente impiegata per un singolo personaggio. Il regista giapponese è affascinato da questi parallelismi, dalla possibilità di svelare significati ponendo in essere un saper fare sublime, dunque non esita a mettere quest'ultimo al servizio del contenuto del film.
Contenuto che spesso, nel caso di Tenshi no Tamago, viene descritto come una semplice reinterpretazione in chiave onirica o surreale della leggenda biblica di Noé. Al netto dei numerosi simbolismi che le vengono attribuiti, è possibile rintracciare nel dualismo tra il Sé ed il Mondo un inequivocabile filo conduttore dell'opera. Non è forse l'incontro tra la Fanciulla ed il Guerriero un modo di rappresentare l'ineludibile contatto tra interiorità ed esteriorità, tema particolarmente delicato per l'uomo giapponese ma senz'altro di interesse generale? Sullo sfondo del male banale, quello che induce gli uomini a combattere inutilmente le ombre del proprio passato causando solo inutili danni collaterali, viene esplorato ciò che succede quando una persona tenta di aprirsi verso l'esterno: la Fanciulla conduce il Guerriero nel proprio rifugio, gli da evidenza di una speranza che sconfessa il tragico, atavico disincanto nel quale il mondo affoga, ed infine viene tradita. È sentimentale l'allegoria dell'uovo infranto, simbolo di ciò che si prova ogni volta che il "fuori" ferisce la propria parte buona, ma lo è anche quella dell'acqua, altro elemento pregnante di questo racconto nel quale è sorgente di vita e di morte al tempo stesso: nell'acqua, la Fanciulla esala l'ultimo respiro da cui nascono centinaia di altre uova, infinite opportunità per rinascere.
E questo, agli occhi di qualsivoglia entità scruti il nostro vivere da distanze insondabili, non può che renderci angeli.