Il Cinema di Yasujirō Ozu figura tra quegli argomenti a cui ci si interessa entrando da direzioni non necessariamente ortodosse. Può capitare che il nome del leggendario cineasta faccia capolino in discussioni su opere apparentemente slegate dai suoi stilemi, dalla sua epoca, o addirittura dal medium cinematografico. La curiosità può scaturire finanche da isolate, tangenziali citazioni sui social che non di rado si rifanno all’oggetto di questo scritto, ossia la singola inquadratura di un vaso.
La scena in questione appartiene al girato di Tarda Primavera (1949), tappa cruciale in un percorso attraverso cui l’arte di Ozu perverrà ad esiti persino più alti, ed è tutt’oggi oggetto di fervide e variegate interpretazioni che alle tante qualità del film aggiungono un notevole - e salutare - connotato di mistero. Abbondano un po’ ovunque le risorse da cui erudirsi in merito, ma troviamo sia largamente più costruttivo andare alla fonte e visionare la pellicola per intero, onde evitare di commettere due errori: il primo è quello di isolare il momento dall’insieme, consapevoli che nella cinematografia di Ozu ogni elemento è disposto e mostrato con intenzione; il secondo è quello di sottrarsi a condizionamenti e preconcetti, lasciando che sia la propria sensibilità a guidare la decodifica di quanto osserviamo. Poiché l’articolo scaturisce da appunti e riflessioni personali raccolti durante e poco dopo la fruizione del film, in ossequio alle cautele di cui sopra, contiene riferimenti espliciti alla trama ed è pertanto consigliabile leggerlo a seguito di un processo analogo. Esso è offerto nell’ottica del confronto, non dell’esposizione.
La vicenda narra del rapporto tra Noriko Sumiya, ormai da diversi anni in età da marito e continuamente sospinta verso il matrimonio da parenti ed amici, ed il padre Sokichi, che dopo la morte della prima moglie è vissuto a lungo sotto le amorevoli cure della figlia. Il loro sodalizio è profondo e sincero, ma Sokichi sente di dover dare a Noriko la possibilità di iniziare una vita nuova al fianco di un buon partito: per vincere le ritrosie della giovane, egli le svela di volersi a sua volta risposare, così da non dover pesare sulle sue spalle in vecchiaia. Noriko piomba nella disperazione, e pur giungendo gradualmente ad accettare la prospettiva di un’altra figura femminile accanto al padre, intende comunque restargli accanto da nubile.
A breve distanza dal finale, i due familiari hanno una serena conversazione notturna l'uno accanto al futon dell’altro, ma nel momento in cui Noriko avanza la proposta, Sokichi si addormenta. Lei distoglie lo sguardo dal volto stanco del padre, ed è qui che il montaggio taglia per la prima volta sul vaso; riappare il volto della donna velato di tristezza, e poi ancora il vaso a chiudere la scena. Il giorno successivo, l’uomo respingerà con decisione l’offerta della figlia, e remissiva lei si avvierà al matrimonio combinato che la allontanerà definitivamente dal capezzale del genitore. Sokichi non prenderà moglie.
Intorno alla scena evidenziata ruotano diversi interrogativi, primo tra tutti quello riguardante il significato metaforico del vaso ed il movente della sua particolare scelta da parte del regista. Tuttavia, concentrarsi sulla semplice natura dell'oggetto porta con sé il rischio di pervenire a risposte parziali; riflettere con eguale intensità sulle circostanze della sua comparsa può forse aiutare a chiarire meglio il quadro.
Per quanto buona parte del film sia girato all'interno di casa Someya, Tarda Primavera indugia sul vaso unicamente nel segmento indicato sopra, risposta di un doppio campo-controcampo nel quale per due volte Noriko non volge lo sguardo intorno a sé ma in alto, verso un punto indefinito. Questo particolare insinua il dubbio che il manufatto possa non essere un oggetto concreto, quanto piuttosto un'immagine mentale dello stato d'animo della donna, o un'allusione alla sua sorte; vero o meno che sia, l'assoluta immobilità dell'immagine ne evidenzia il carattere eterno, inevitabile.
Del resto, la resa di Noriko avviene di fronte alla consapevolezza che la sua idea di felicità non può corrispondere a quella della società, e in particolare a quella del padre, unica persona a cui è devota; ella deve perciò svuotarsene, come vuoti sono il vaso ed una moltitudine di elementi scenici su cui Ozu ben volentieri indugia, dentro e fuori da Tarda Primavera, allorché intende sottolineare il concludersi di una situazione o i suoi postumi. Non è difficile individuare la matrice spirituale di questo atteggiamento narrativo e registico: il concetto di Ma 1 (approssimativamente, "spazio vuoto"), dove l'assenza di tutto è intesa come condizione di massima potenzialità, soggiace ai nuovi inizi.
È lo spazio nel quale il soffio vitale del Ki 2 può spirare e trasformarsi in qualsiasi cosa; lo si avverte chiaramente al cospetto del vaso, accompagnato dal respiro notturno di Sokichi e da questo certamente riempito. La sua evocazione in una scena collocata durante una rappresentazione del teatro Nō, forse l'espressione artistica più forte e pregnata dal concetto, ha i contorni di una vera e propria dichiarazione di intenti morali.
L’impressione, dunque, è che la comparsa dell'oggetto avverta Noriko e gli spettatori che il rito di passaggio è compiuto: il vuoto di una nuova esistenza non può più attendere di essere colmato, e di diventare finalmente azione. Accettando di muoversi entro i limiti del conformismo sociale, di diventare adulta e realizzata secondo i canoni della comunità Giapponese dell’epoca, ella dovrà impartire alla propria felicità una forma differente. Per Sokichi, destinato ad affrontare il declivio della propria vita in assenza della figlia, quella possibilità forse non esiste più; ciononostante, il suo amore paterno continuerà ad agitarsi in eterno come fa il mare sferzato dal vento.